Christian Zecca

Attore, Regista e Acting Coach

Allenati ad Esserci!

Chi Sono

Ciao, mi chiamo Christian Zecca e sono un attore, regista, Acting Coach e insegnante di recitazione con oltre trent’anni di esperienza.
Sono dottore di ricerca in Teatro e nuove tecnologie. Insegno e sono Presidente della Scuola di recitazione “La Quinta Praticabile” di Genova.
Dopo aver frequentato molti palcoscenici e set nella veste di attore e regista, ho deciso di mettere il mio lavoro e i miei studi al servizio di nuovi talenti, formando giovani attori di teatro, televisione e cinema lavorando al loro fianco come Acting Coach.
Durante il dottorato di ricerca ho sviluppato il Training per l’Attore Organico (OAT), basato su studi neuroscientifici, ricerche legate alle tecniche di comunicazione, persuasione, ipnosi dinamica, sull’utilizzo di tecniche psicofisiche che permettono agli attori di aumentare la loro propriocezione ed incrementare la percezione e il rapporto con gli altri sviluppando il carisma, nella vita, come in scena e sul set.
Il Training per l’Attore Organico (OAT) fonde studi di biofeedback, di dinamica mentale e tecniche di recitazione (Stanislavskij, Meisner, Batson, ecc.) incoraggiando gli attori a sperimentare e ad uscire dalla propria comfort zone, per sviluppare un atteggiamento poliedrico ed efficace.
Insieme al Maestro Enrico Bonavera, conduco seminari di recitazione e improvvisazione in Italia e all’estero (San Paolo, Corea del Sud, ecc.) stimolando gli attori a perfezionare la loro presenza scenica e di conseguenza la loro performance e fornendo loro gli strumenti necessari per esprimere al meglio il loro  talento.

Come lavoro

Direzione

Si tratta di scegliere un obiettivo. Precisare un’intenzione nello spazio e nel tempo. Una volta chiarito il punto di partenza (dove sono in questo momento) e la destinazione (dove voglio arrivare e in quanto tempo) abbiamo una direzione.

Intensità

Stabilita una direzione occorre percorrere la strada che ci separa dal nostro obiettivo. Per farlo, volontà e determinazione sono condizioni necessarie ma non sufficienti. La volontà svapora se non è illuminata dall’emozione. Per arrivare fino in fondo dobbiamo amare ciò che facciamo, innamorarci del processo prima che del risultato, essere presenti a noi stessi, qui e ora, per davvero.

Contaminazione

Nel percorso incontreremo altre persone, reali (i nostri colleghi, compagni di viaggio, il pubblico, ecc.) e immaginarie (il personaggio che dobbiamo interpretare). Il segreto sarà ascoltarle. Lasciarsi abitare, contaminare appunto. Per farlo, in questa fase del percorso, non dovremo concentrarci  su ciò che vogliamo ottenere per noi (obiettivi dell’attore come successo, denaro, ecc.) ma piuttosto su cosa possiamo fare per gli altri (per le persone con le quali mi relaziono, per il mio personaggio). Qui occorre fare lo sforzo di “dimenticarsi di sé”. 

Persistenza

 A questo punto del lavoro, qualcosa dovrebbe essere accaduto. Diciamo, una trasformazione. Se l’operazione si è svolta correttamente, noi non saremo più gli stessi, e le persone intorno nemmeno. In questo stato, che è stato evocato da ciò che abbiamo definito obiettivo nella prima fase, scopriremo che il nostro punto di arrivo sarà per noi un nuovo punto di partenza ad un livello superiore. Qui occorre occuparci “soltanto” di lasciarne traccia, nel nostro cuore e in quello di chi ha partecipato al nostro lavoro in scena o sul set, a guisa di testimonianza. 

Christian Zecca Acting Studio

Il lavoro più difficile ed essenziale consiste sicuramente nell’aderire alle emozioni del personaggio. Se il piano fisico può essere pertinenza anche degli sport e il piano mentale è allenato da visualizzazioni, meditazioni, ecc. la sfera emotiva è sicuramente materia per l’attore. Come meglio di tutti dirà Artaud nel meraviglioso libro “Il Teatro e il suo doppio”, nel paragrafo “Un’atletica affettiva”, l’attore è “un atleta del cuore”.

Secondo Artaud infatti, come un atleta lavora sul suo corpo e si appoggia in precisi punti fisici del suo organismo per correre, saltare, ecc., così l’attore deve appoggiarsi sul corpo per evocare le emozioni. Proprio come fa un atleta. Il suo obiettivo non sarà una performance fisica ma emotiva.

Siccome però ci identifichiamo molto con le nostre emozioni e “studiare” un comportamento emotivo ci potrebbe produrre una sorta di “cortocircuito interiore”, Artaud ci suggerisce di immaginare un “corpo secondo”, perfetto doppio del nostro corpo fisico (oggi lo chiameremmo avatar oppure ologramma) e appoggiarci le nostre emozioni. Certo. Le emozioni cambiano nel tempo di un respiro, non sono lente come una modificazione fisica o mentale. E, certo, le emozioni non tollerano l’imperativo. Io non accetterei come persona il compito “devi amare X, oppure devi odiare Y, trovi irritante Z…” Solo con il geniale diaframma del “doppio”, dell’altro da sé, di un personaggio che pure ha irrimediabilmente le nostre stesse fattezze fisiche, noi possiamo operare realmente sulle nostre emozioni, materiale altrimenti troppo sensibile e sottile per essere manipolato. Occorre dunque “osservarlo da fuori”. 

Lungi dall’aver chiarito il concetto di doppio artaudiano o la teoria alla base del se magico di Stanislavskij, spero però di avervi incuriosito e stimolato al lavoro su voi stessi.

Articoli e Pubblicazioni

Articoli

Libri

  • Il caso Krolevsky e il calcolo dell’inatteso. Di A.Gambaro e C. Zecca. Falsopiano Editore.